“La ferita è il luogo da cui entra la luce.” — Rumi

In questi giorni mi sono ritrovata a fare i conti con una ferita dentro di me che pensavo di aver già visto, guardato e superato.

C’è ancora, anche se in modo più leggero rispetto al passato, ma è lì. Si è riaffacciata, chiedendo attenzione.

Quante situazioni dobbiamo vivere prima di trovare pace? E perché quella sola persona riesce ancora a toccare il mio punto debole?”. Come si fa a trasformare ciò che accade in “bene”?

Sono interrogativi che ci spingono a tornare alla base, dritti dentro la nostra ferita, nel nostro bisogno inespresso, in quel passato che torna a bussare alla porta. Queste domande sono collegate. Le persone che ci fanno più arrabbiare sono proprio quelle che toccano le nostre ferite più antiche, rendendo la vita faticosa e dolorosa. Eppure, ciò che accade di per sé è neutro: siamo noi che, guardandoci dentro con consapevolezza, possiamo decidere che direzione fargli prendere.

La rabbia e il dolore intensi che proviamo non nascono mai per caso, né sono esclusivamente colpa di chi abbiamo di fronte. Dietro queste dinamiche si muovono meccanismi profondi che riguardano prima di tutto la nostra storia interiore.  Dietro la rabbia o la sofferenza o il fastidio  dell’incomprensione si nasconde quasi sempre un’aspettativa tradita. Speriamo (spesso inconsciamente) che quella persona ci dia finalmente la convalida, l’ascolto o l’amore che sentiamo di non ricevere.

Una situazione difficile diventa “bene” solo quando ci mettiamo nella condizione di conoscerla e di trasformarla. Ma oggi  ho capito che la vita ci sta  mostrando come cammina il destino.

l’anima e il mondo

Il destino della nostra esistenza si compie, a mio avviso, su due grandi binari che scorrono paralleli:

  1. Da una parte c’è la nostra personale individualità, l’anima. È quella parte più vera e profonda di noi che è arrivata in un determinato sistema — la famiglia d’origine, i contesti vissuti — e che ha dovuto fare i conti con le regole, i dolori e le dinamiche di quel mondo. Per sopravvivere agli eventi, alle situazioni all’ambiente che si è respirato da piccoli, abbiamo dovuto costruire muri, corazze e difese.

  2. Dall’altra parte c’è il mondo esteriore. C’è ciò che la vita ci mette davanti ogni giorno: situazioni, eventi e soprattutto persone che ci fanno da specchio. Questo mondo esterno non è altro che una vera e propria scuola di scelta.

 

Ecco perché quella determinata persona riesce ancora a farci così male. Quel comportamento che ci destabilizza, quella freddezza o quell’indifferenza non sono casuali: quella persona (o quella situazione) è il “maestro” che la vita ci ha mandato.

Quel maestro scomodo è lì per farci una domanda fondamentale: restituiamo il vecchio imparato, restiamo ostinatamente chiusi nei nostri vecchi muri di difesa, oppure cogliamo l’occasione per fare una scelta nuova?

La luce della consapevolezza
La luce della consapevolezza

Smettere di lottare, iniziare a comprendere

Comprendere questi meccanismi non significa giustificare chi si comporta male con noi, ma spostare l’attenzione da un esterno che non possiamo controllare a un interno che possiamo invece guardare, comprendere, trasformare con coraggio, umiltà gentilezza e fiducia.

Le cicatrici dell’anima hanno strati profondi e a volte tornano a farsi sentire, non per farci soffrire di nuovo allo stesso modo, ma per darci la possibilità di guardarle con una consapevolezza più grande. È in quel preciso istante che comprendiamo la verità delle parole di Rumi: non dobbiamo fuggire dal dolore o pretendere che la ferita sparisca miracolosamente. Dobbiamo solo permettere che, proprio attraverso quella crepa, inizi finalmente a filtrare la luce.

Per parlarne mi trovi al 346 5256 970 Valeria di Eleuterio