Quanto di ciò che viviamo oggi nelle nostre relazioni ha a che fare con la fiducia che abbiamo ricevuto ieri?
Quanti di noi sono cresciuti sentendo davvero che qualcuno aveva fiducia in loro?
La fiducia si impara nella relazione
Lo psicologo Erik Erikson, uno dei principali studiosi dello sviluppo della personalità, ha individuato nella prima fase della vita il conflitto tra fiducia di base e sfiducia.
Nei primi anni, attraverso le relazioni con chi si prende cura di lui, il bambino comincia a costruire aspettative su quanto il mondo sia affidabile e su quanto possa contare sugli altri. La presenza, la continuità delle cure e la capacità dell’adulto di rispondere ai suoi bisogni contribuiscono a questo processo.
Non significa che un genitore debba essere sempre disponibile o non possa mai sbagliare. Significa che il bambino ha bisogno di sperimentare, con sufficiente continuità, che qualcuno si prende cura di lui e che le sue emozioni hanno un posto nella relazione.
Anche John Bowlby, fondatore della teoria dell’attaccamento, ha sottolineato l’importanza della figura di riferimento come base sicura: un punto da cui il bambino può esplorare il mondo e a cui può tornare quando ha paura, è stanco o ha bisogno di conforto.
La sicurezza non serve a impedire al bambino di allontanarsi. Gli permette, al contrario, di allontanarsi con maggiore fiducia.
Un bambino non ha bisogno di sentirsi dire continuamente che è capace.
Ha bisogno di poter scoprire le proprie capacità senza sentirsi sbagliato
ogni volta che qualcosa non riesce.
C’è una differenza tra dirgli «Non sei capace» e dirgli «Questa volta non ci sei riuscito, proviamo a capire come fare».
Le parole degli adulti non determinano da sole ciò che un bambino diventerà, ma, insieme ai comportamenti e alle esperienze quotidiane, contribuiscono a costruire il modo in cui impara a guardarsi.
Quando la fiducia diventa qualcosa da meritare
Possiamo amare profondamente i nostri figli e, allo stesso tempo, non essere consapevoli di ciò di cui hanno bisogno.
Così, magari senza accorgercene, li correggiamo più di quanto li ascoltiamo, sottolineiamo ciò che non va invece di riconoscere i loro tentativi, chiediamo loro di comportarsi bene senza domandarci cosa stiano vivendo.
E il bambino, che dipende da noi e dal nostro sguardo, cerca di adattarsi. Impara a capire cosa ci fa contenti, cosa ci delude, cosa è meglio mostrare e cosa è meglio tenere per sé.
Col tempo, potrebbe imparare a misurare il proprio valore attraverso le reazioni degli altri, a dubitare delle proprie capacità e a cercare conferme fuori di sé.
E così può diventare un adulto responsabile, attento, capace di occuparsi di tutti, ma ancora incerto quando si tratta di riconoscere il proprio valore senza aver bisogno dell’approvazione di qualcuno.
Magari continua a chiedersi, anche senza rendersene conto:
«Sto facendo abbastanza? Sono all’altezza? Mi vorranno bene anche se sbaglio, se dico di no, se scelgo qualcosa di diverso da ciò che si aspettano da me?»
E da adulti, cosa succede nelle nostre relazioni?
È qui che la fiducia dell’infanzia incontra la vita di oggi.
Immaginiamo una persona che ha imparato a dubitare di sé e a cercare negli altri conferme del proprio valore.
Incontra qualcuno che la ascolta, le dedica attenzione, la fa sentire importante. Finalmente si sente vista. Si sente scelta. Si sente amata.
E può succedere che si affidi molto rapidamente, attribuendo a quella relazione un’importanza enorme.
Non perché sia ingenua, ma perché quella vicinanza risponde a un bisogno profondo.
Poi qualcosa cambia. L’altra persona è meno presente, risponde con meno entusiasmo, ha bisogno dei propri spazi o si allontana.
Magari si tratta di un cambiamento normale, oppure di un problema reale nella relazione. Ma, se la fiducia in se stessi è fragile, quella distanza può essere vissuta come qualcosa di molto più grande.
Non sentiamo soltanto la mancanza dell’altro. Potremmo sentire riaffiorare la paura di non essere abbastanza, di aver sbagliato, di non contare più.
E allora cerchiamo conferme, insistiamo, rincorriamo chi si allontana. Oppure ci chiudiamo, diventiamo diffidenti e cerchiamo di proteggerci evitando di affidarci ancora.
A volte, senza rendercene conto, chiediamo alle persone di oggi di rassicurare una parte di noi che ieri non si è sentita abbastanza sicura.
La fiducia oggi: possiamo imparare qualcosa di nuovo?
Uno studio longitudinale pubblicato su Nature Communications nel 2023, condotto su 570 adolescenti e giovani adulti tra i 14 e i 25 anni, ha rilevato che le avversità familiari riferite dai partecipanti erano associate a un incremento più contenuto della fiducia osservata durante lo sviluppo. È un dato che suggerisce un legame importante, non una condanna individuale né una previsione certa del futuro.
Le esperienze contano, ma non sono l’unica cosa che conta.
Possiamo incontrare persone affidabili, costruire relazioni più sicure, imparare a riconoscere i nostri bisogni e comprendere le reazioni che si attivano in noi.
Possiamo anche iniziare a osservarci con uno sguardo diverso.
Posso ascoltare ciò che provo senza lasciare che sia la paura a decidere per me?
Posso riconoscere il valore di una relazione senza consegnarle il potere di stabilire quanto valgo?
Queste domande Ci permettono, però, di iniziare a comprenderlo e di scegliere come rispondere.
Per me, ritrovare la fiducia non significa convincersi che tutto andrà bene, che nessuno ci deluderà o che le persone a cui vogliamo bene resteranno sempre.
Significa imparare a stare nella vita anche senza avere tutte le garanzie.
Significa poter amare senza dimenticarsi di sé, affidarsi senza smettere di ascoltarsi, attraversare una delusione senza trasformarla nella prova di non valere abbastanza.
Significa anche riconoscere che gli altri hanno i loro limiti, i loro bisogni e le loro scelte, e che non tutto ciò che fanno parla di noi.
La fiducia non è la certezza che non perderemo mai qualcuno. È la possibilità di non perdere noi stessi quando qualcosa cambia.
Forse non abbiamo ricevuto tutta la fiducia di cui avevamo bisogno. Forse abbiamo imparato a meritarla, a conquistarla, a cercarla nello sguardo degli altri.
Ma possiamo iniziare a riconoscere questi meccanismi e a costruire un rapporto diverso con noi stessi coi nostri figli e con le persone che scegliamo di avere accanto.
valeria di eleuterio